Storie di mare: Prime esperienze

Aprile 2009.

Ricevetti una chiamata dalla compagnia di navigazione dove lavoro, per imbarcare su una nave in nord Europa. Entusiasta, elettrizzato ed eccitato, a stento riuscii a dare conferma malgrado la voce si era ritirata. Dovevo fare scalo a Milano per andare a Le Havre, Francia. Preparai il bagaglio e il giorno seguente la parte più triste, lasciare gli affetti di casa. Il momento dei saluti è come un componimento tragico: l’atmosfera si riempie dei colori della tristezza, gli occhi si velano e si fatica a respirare, a sorridere, ad ingoiare; ma bisogna impugnare le valigie, e andare via, davanti un percorso pieno di incognite, dietro gioie e dolori che si allontanano.

Partendo in aereo la sera arrivai a Le Havre e l’agenzia marittima locale mi accompagnò in albergo per poi, l’indomani, andare in consolato, imbarcare e portarmi a bordo. La sera, curioso come un bambino che in ogni momento scopre cose nuove, decisi di uscire e andare in giro per la cittadina. All’entrata del centro, vidi dei vecchi “dock”, riqualificati in strutture di svago come cinema, negozi e ristoranti. Notai subito la presenza di spazi ampi per la mobilità pedonale, panchine, campi da basket e punti panoramici. L’odore del mare della manica si sente forte, rendendo questo posto magico.

le-havre.jpg

L’indomani, come concordato, l’agenzia marittima mi accompagnò in consolato. Divenni parte dell’equipaggio della nave e andammo a bordo. La nave era ormeggiata in un’altra località poco distante, lungo il fiume della Senna: Port Jerome, polo industriale. Salito a bordo, venni accolto con simpatia e curiosità dai vari membri dell’equipaggio, tra cui indiani, ucraini, romeni e italiani. Mi accompagnarono in cabina, lasciai il bagaglio e andai a presentarmi dal Comandante che mi diede l’impressione di una persona disponibile, distinta e pragmatica. Disormeggiati partimmo per Valencia. Percorremmo per tre ore il fiume della Senna per poi confluire nel canale della Manica, tratto di mare che separa la Francia dall’Inghilterra. Spinta dalla velocità che andava acquistando, la nave sfiorava il mare azzurro dai toni verdi come una brezza mattutina che solletica la superficie dell’oceano; intorno le nubi correvano insieme alle cime degli alberi, si elevavano da poppa enormi e bianche, si sollevavano fino allo zenit, sorvolavano la nave e sembravano gettarsi a capofitto nel mare, abbassandosi nell’ampia curva di cielo. La navigazione si presentò tranquilla; era quasi buio e iniziammo ad addentrarci nel golfo della Guascogna, conosciuto per le sue acque tempestose ed agitate che fortunatamente non incontrammo, solamente un’onda lunga (respiro dell’oceano), senza un filo di vento.  Il giorno seguente mi svegliai presto e salii sul ponte di comando, eravamo lontani dalla costa che si intravedeva all’orizzonte coperta da velature bianche e grigiastre.

Il punto nave messo sulla carta nautica indicava che ci trovavamo fuori dalla città di Lisbona a circa 35 miglia di distanza. Il mare era bonaccia, non vi era un alito di vento, il cielo era azzurro intenso, si intravedeva la luna e non vi era presenza di alcuna nuvola. Con una profondità di 4700 metri circa, il fluido su cui navigavamo sembrava uno specchio dove il sole e il cielo azzurro si riflettevano guardandosi vanitosi, specchio che veniva interrotto dalla nave che fendendo l’acqua creava uno spostamento di ondicelle brillanti e riflesse al sole come pietruzze di diamanti che scorrevano verso poppa. C’era il silenzio assoluto, interrotto da piccoli spruzzetti di schiuma creati dalle piccole onde; l’atmosfera era mistica, mi sentivo libero e respiravo a pieni polmoni. Era l’1 maggio, festa dei lavoratori. Il Comandante, date le ottime condizioni meteomarine, non esitò ad omaggiare la festività e diede ordine di fermare la nave, restare alla deriva e preparare tutti insieme un mega barbecue a poppa. Nel pomeriggio, dopo aver digerito salsicce e costolette francesi, alcuni marinai decisero di fare un bagno e autorizzati dal Comandante non esitarono a buttarsi in acqua; accettai anch’io di tuffarmi, non avevo mai nuotato in un mare con più di 4 km di profondità. Poteva esserci qualsiasi cosa, l’inimmaginabile e volentieri accettai “la sfida” di nuotare nell’oceano Atlantico. Tra marinai in jeans e altri in mutande c’era un viavai di tuffi, risalite, schiamazzi e gavettoni, ma io ancora non ero entrato in acqua; data la poca confidenza con l’equipaggio e data la profondità eccessiva, tentennai a buttarmi. Il mare era scuro, cupo, misterioso, mi sentivo bloccato per quell’enorme distanza che mi separava dal fondo marino. Alzai gli occhi guardando verso il ponte di vedetta e vidi il Comandante che scrutava le acque intorno alla nave e teneva sotto controllo anche l’equipaggio impegnato a giocare in acqua. Dicendomi che avrei dovuto abituarmi, il nostromo al mio fianco cercava di incoraggiarmi fino a quando chiusi gli occhi e mi buttai. Lo stupore e l’allegria dei marinai che si trovavano in acqua aumentò sollecitato da grida e applausi vedendomi saltare dalla nave, ma io non li considerai minimamente perché non appena riemersi dall’acqua acqua nuotai subito verso la biscaglina (scala di corda con pioli di legno rettangolari), come se alle spalle avessi avuto una pinna di squalo che mi puntava. Salito a bordo il nostromo mi disse che dopo quella esperienza la profondità marina mi ero appena “battezzato” come figlio adottivo del mare e che in ogni eventuale avvenimento futuro avrei avuto una marcia in più data la vicenda appena vissuta. Alzai gli occhi, guardai il ponte di Comando e incrociai lo sguardo del Capitano che sorrideva ma che subito distolse lo sguardo ritornando serioso. Contento per il passo da “lupetto di mare” che avevo fatto mi voltai, presi la rincorsa e saltai in acqua (4700 metri) cercando di forzarmi a restare in acqua con i colleghi. Ridendo e scherzando mi raccontavano le loro prime esperienze nelle acque “abissali” quando  improvvisamente, ad una trentina di metri da noi, si videro una moltitudine di piccoli pesci che brillavano e guizzavano nella superficie immobile. D’improvviso il comandante uscì dall’aletta della plancia in modo brusco e ci ordinò di risalire immediatamente a bordo, senza spiegarne la motivazione. Il nostromo lanciò in acqua un salvagente anulare mentre i ragazzi si misero a nuotare come in un olimpiade di 100 metri stile libero. Sbracciavano cercando di sollevarsi da quel bello ed immenso liquido che ci circondava; loro sapevano a cosa sarebbe potuto capitare, io no. In un primo momento mi bloccai. Sentii un brivido che dal fondo schiena arrivò alla nuca, le orecchie iniziarono a fischiare e il cuore a battere rapidamente come se volesse schizzare fuori dal petto. Alcuni mi chiamavano gridandomi di uscire, guardai il mucchio di marinai che si era accalcato alla biscaglina e nuotai come se l’acqua fosse fuoco. Tra calci, gomitate e spintoni, riuscii a far presa alla cima della scaletta e tirarmi su.

Si vedevano da sotto la nave due grandi macchie scure e due più piccole girare: erano nere, facevano cerchi concentrici larghi, arrivavano sotto il banco di pesci e ritornavano salendo sempre più verso la superficie. Capimmo subito, data la forma, che non potevano essere squali o predatori. Alcuni pensavano fossero tartarughe, altri squali toro. Salimmo alcuni ponti per vedere meglio mentre l’ufficiale di guardia ci bloccò dicendo che erano mante. Nell’arco di mezz’ora arrivarono in superficie: erano magnifiche, di un nero lucido e brillante, le due più grandi potevano avere un apertura di circa 4-5 metri; manta.jpgSi muovevano lentamente, creando cerchi sulla superficie del mare, immobile come un piccolo lago. Il sole scendeva all’orizzonte, il mare rifletteva dell’arancione con sfumature di ombre verde scuro. Il Comandante decise di riprendere la navigazione per Valencia. Il passaggio dello stretto di Gibilterra avvenne al tramonto del giorno successivo. Non volevo perdermi il primo passaggio da Gibilterra (altro battesimo che mi costò 3 casse di birra offerte all’equipaggio), salii sul ponte di comando e uscii fuori dall’aletta e guardavo la costa dai mille colori: i promontori indietreggiavano, le baie avanzavano, formando una linea scura. Divenne quasi buio, le luci della terra si confondevano con quelle del cielo e sopra le lanterne oscillanti di una flotta di pescherecci, il grande faro di “Punta Europa” (limite convenzionale che divide il mediterraneo dall’oceano) che splendeva costantemente. Sotto il suo immutabile bagliore riflesso nel mare, la costa, che si perdeva in lontananza, dritta e nera, sembrava la murata della nave, indistruttibile e immobile, sul mare immortale e senza riposo.

Il giorno seguente, le coste della Spagna davano il benvenuto alla nave. I maestosi promontori, che al tramonto avevano indietreggiato, si immergevano dominatori nel mare e le enormi baie, con la schiuma che si infrangeva nella costa, sembravano sorridermi  irradiate dalla luce. Si sentiva il calore e l’odore della terra: osservando le montagne, i colli e la vegetazione, mi pareva di osservare l’Italia navigando nelle sue acque. Uscii in coperta per svolgere un lavoro a centro nave, ordinato dal Primo Ufficiale, che mi avrebbe tenuto impegnato per tutta la mattinata. All’improvviso, sentii un fruscìo seguito da un tonfo in acqua, proprio accanto a dove lavoravo; alzai la testa guardando il mare che scorreva, dato il moto della nave, ma non vidi niente e non diedi più di tanta importanza al fatto. Non passarono due minuti che risentii lo stesso rumore, guardai di nuovo verso il mare e non feci in tempo a distogliere lo sguardo che uscì dall’acqua in tutto il suo splendore un magnifico delfino che saltava a circa due metri di distanza dalla fiancata della nave. Rimasi a lavorare al mio posto per evitare di spaventarlo ma in realtà non facevo nient’altro che tenere gli occhi sul mare e vedere lo stupendo mammifero che usciva ed entrava dal fluido (poteva essere a meno di dieci metri da me), fino a quando, dopo 4-5 di tuffi, ogni volta che il delfino usciva dall’acqua, cercavo scherzosamente di imitarne il verso al punto che inizia a sentire degli scricchiolii ogni volta che il mammifero usciva dall’acqua. Il tutto durò per una serie di tuffi seguenti fino al momento che non lo vidi più.bottlenose-dolphin.jpg

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