La storia di Cola.

Cola (Nicola) era un vecchio dalla barba bianca, i capelli ingrigiti, le mani e il viso consumati dalla salsedine. Trascorreva le sue giornate seduto su una roccia che si apriva a ventaglio sul mare; quel mare che aveva avuto il potere di trasformare la sua vita, impenetrabile, a volte rabbiosa altre volte tranquilla, sfiorata da impercettibili aliti di vento. Quando le ombre della sera cominciavano a danzare sull’acqua che si increspava allungandosi su quello scoglio dove sedeva, Cola estraeva dal suo zaino un flauto e cominciava a soffiarci dentro per intonare su note struggenti un canto libero, quello della sua anima persa nei flutti e tra le onde. Egli sembrava richiamare con quelle note la figura di una donna, la sua donna amata un tempo, amata adesso, amata fino a quando il soffio della vita lo avrebbe abbandonato lasciando sulla riva soltanto un corpo inerte. Erano ore intense quelle trascorse da Cola nel segreto della notte, quando allungava le mani sull’acqua accarezzandola, bagnandosi il viso mentre un filo di voce usciva dal suo petto ruggente per chiamare e vedere Marina, uscire come per incanto e avanzare verso di lui per stendersi vicino. Lei, rapita un giorno dalle onde, la notte ritornava da Cola rimanendogli accanto fino a quando il chiarore del giorno interrompeva la magia di quelle ore che trascorrevano troppo in fretta. La vedeva svanire tra quei flutti dentro i quali tuffandosi, lei ritornava nella profondità di quel mare che un giorno la fece sua sposa, strappandola dal suo letto, privando Cola dei suoi baci e delle sue carezze. Cola aveva sempre vissuto a Brucoli. Villaggio di pescatori. Aveva trascorso la sua infanzia sulla spiaggia, mentre il padre aggiustava reti prima di andare a pescare.

 

Con la sua feluca si preparava per inseguire il pesce spada rimanendo giorni e giorni in mare. Il padre di Cola, Carmelo, aveva tirato su quel ragazzone da solo dopo che la madre se n’era andata in silenzio da questa vita per una brutta polmonite. Non era stato facile. Spesso a venirgli in aiuto erano state le comari del vicinato che accudivano Cola, ragazzo dagli occhi cielo, bello come un dio marino, che cresceva in compagnia del mare conoscendone ogni cambiamento; se il vento soffiava forte o se doveva venire giù pioggia. Non c’erano segreti per lui, anzi, quel mare così profondo aveva cullato le sue delusioni, placato la sua rabbia, acceso il sorriso sulle sue labbra quando i gabbiani in coppia giocavano sul pelo dell’acqua distraendolo e allontanandolo dalla sua tristezza.

Cola non aveva mai conosciuto l’affetto di una donna. L’unica, la mamma, era sparita troppo in fretta , lasciandogli un gran vuoto dentro, a volte incolmabile, infinito, profondo come il grembo del mare, che accoglie in sé i più grandi misteri. Da tempo i suoi occhi si erano posati su Marina, sua vecchia compagna di giochi. Avevano trascorso insieme pomeriggi interi sulla spiaggia, rincorrendosi e costruendo castelli di sabbia. Avevano un loro rifugio e spesso Marina lo prendeva per mano portandolo in quell’anfratto di scoglio che solo loro due conoscevano. Era un rito propiziatorio, un auspicio: prendersi le mani e giurarsi eterna amicizia prima che l’onda rincoresse e rubasse le loro promesse. Marina, crescendo, aveva conservato in sé quel sorriso solare di eterna bambina che le faceva sorridere anche gli occhi, liquidi, cristallini come un mare limpido e azzurro. Quando sull’uscio ricamava il suo corredo da sposa, cantava come una sirena dalla voce melodiosa, capace di richiamare attorno a sé bambini e adulti che interrompevano giochi e lavori pur di intonare il ritornello di quelle strofe che invocavano la pietà del mare nel riportare a casa i pescatori al largo della costa.

Marina in realtà era una creatura che apparteneva all’acqua. Nessuno conosceva quel segreto se non la vecchia donna del villaggio che era presente al momento della nascita. Dopo un travaglio durato due giorni, Marina venne al mondo senza emettere un pianto o un lamento. Pensavano che la neonata fosse morta e l’anziana donna la prese tra le sue braccia per affidarla al mare. Nel momento in cui la donna cominciò ad adagiarla sul pelo dell’acqua Marina pianse per la prima volta.

L’anziana donna non ebbe nemmeno il tempo di gridare per quel miracolo, che dalla profondità udì una voce che diceva: la bambina si chiamerà Marina e non appena sarà donna io la sposerò: “Che nessuno provi a strapparla a me altrimenti la furia di questo mare si abbatterà su tutti voi e il villaggio verrà distrutto”. 

Incredibile il terrore che provò la vecchia, anche se alla fine si disse: “forse è solo una suggestione, forse sto solo sognando e Marina sarà una ragazza come tutte le altre”. La giovane non si sentiva infatti diversa dalle sue coetanee. Da piccola aveva goduto dell’amore dei suoi genitori che la coccolavano e l’adoravano come se fosse una regina. Era dolce, non aveva grilli per la testa e il suo amico per la pelle era proprio quel Cola che non mancava mai di proteggerla e aiutarla qualora ne avesse bisogno. Marina cresceva, Cola diventava uomo, il tempo passava e tra i due l’amicizia maturò in un sentimento unico, forte, passionale. Un fiore purpureo, dal profumo così intenso da inebriare i sensi.
I due ragazzi si amavano, sembrando fatti l’uno per l’altra. “La conchiglia e il paguro”, così venivano definiti nel villaggio quando li vedevano camminare teneramente su quella riva  abbracciandosi, accarezzandosi e baciandosi fino quasi a soffocare. Per loro i giorni erano una continua scoperta, niente riusciva a dividerli. “Erano come lo scoglio e il mare, la riva e l’acqua”.

Notti d’amore, di sospiri e respiri, di gemiti di piacere, notti da incantare persino le stelle che ravvivano il loro luccichio su quel mare dal profumo di salsedine, all’apparenza calmo ma nel profondo ruggente di rabbia. Nessuno può rompere una promessa e lo spirito di quel mare era sempre più deciso a riprendersi ciò che un tempo aveva fatto vivere: Marina, dagli occhi come i mari turchesi, dalla voce suadente e da un’anima troppo pura per lasciarla su quella terra popolata da strane creature. Cola aveva deciso di sposarla quando il tempo delle due lune avrebbe compiuto il suo giro, puntuale per benedire l’unione di quei cuori amanti. Era quasi pronto l’abito bianco di Marina che lei stessa aveva cucito, con petali di margherite e conchiglie sparse sull’orlo del vestito, abbellito da una coroncina di pietruzze tanto brillanti da sembrare gemme di rugiada. Fervevano i preparativi anche al villaggio, era ormai quasi tutto pronto ma non avevano fatto i conti con la rabbia furiosa che il mare covava, così forte da spandere l’acqua su tutto il villaggio che si trovò di colpo in balìa di quell’onda anomala. La vecchia del villaggio ricordò la voce che quel giorno aveva sentito e recatasi da Marina la scongiurò di annullare le sue nozze prima che di quel posto non rimaneva nemmeno una pietra. Piangendo col cuore ridotto in pezzi, la ragazza indossò il suo abito bianco, cercò Cola per baciarlo appassionatamente sulle labbra, stringerlo a sé per sentire il calore di quel corpo così amato dall’odore inconfondibile. Salì sullo scoglio, dove lei e Cola si erano recati molte volte, e si buttò in mare. La furia si placò e l’acqua avvolse per sempre Marina, dagli occhi brillanti e cangianti come un onda che quando arriva ritorna portandosi tutto via.

Come faceva Cola a darsi pace? Struggente il suo dolore, lama tagliente la perdita di quell’unico e solo amore che gli aveva cambiato la vita, regalato la felicità e di colpo svanito, lasciandolo come un vascello alla deriva in balia delle onde. Da quel giorno Cola non ebbe più pace. La sua pena si placava quando la notte avanzava dopo aver spento la luce del giorno e lui si recava in quei luogo dove insieme avevano intessuto i fili di quell’amore così grande che mai più avrebbe provato per nessun’altra donna. Lo spirito del mare ebbe pena e in una notte dorata di luna riportò Marina lì, dove Cola attendeva senza speranza l’apparire di quella dolce presenza che lo faceva vibrare al solo pensiero. Apparve la sirena dalle acque e da quel momento ritornò tutte le notti vicino a Cola, fino a quando in un giorno d’inverno, con il vento ruggente, lei lo prese per mano portandolo con sè nel suo mondo di alghe, di coralli, di profondità così grande dove nessuno avrebbe loro impedito di stare ancora insieme. Ritrovarono il corpo di Cola privo di vita con i suoi miseri stracci bagnati dalla pioggia. Era soltanto un corpo, ma Cola ormai si era ricongiunto a Marina per sempre..Tratto da una storia dell’autrice Armistral (Antonella Policastrese).marevecchio.jpg

Nessuno può osare dividere due cuori amanti. Vivranno per sempre uniti dall’amore che un tempo li aveva legati sulla terra e che nel mare aveva trovato il suo compimento.

 

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