Storie di mare: verso il Golfo del Leone.

In uno dei tanti viaggi, mi trovavo a Fos-Sur-Mer, regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra. E’ un piccolo comune francese, situato nelle Bocche del Rodano, alla radice del maestoso, imponente, e spesso cattivo “Golfo del Leone”. E’ lui che condiziona molto la climatologia e la circolazione dei venti nel mediterraneo, attraverso il “Mistral”. Ma cos’è il Mistral? Non è di certo il brand di abbigliamento da surf e sportswear, ma un vento freddo dal quadrante nord-occidentale che spira frequentemente sulle coste della Francia meridionale, in particolare lungo la parte più bassa della Valle del Rodano e sul golfo del Leone, per poi uscire impetuoso aprendosi a ventaglio sul Mediterraneo centro-occidentale e propagarsi verso la Sardegna, i bacini dell’Italia centro-meridionale e il canale di Sicilia, dove assume il nome di “Maestrale”. Quando si riesce ad anticipare il cattivo tempo del Leone, ci si dirige sempre verso la costa poiché il Mistral, uscendo dalla terraferma, non genera moti ondosi eccessivi nel “sottocosta”, quindi, se si deve raggiungere il golfo conviene attraversare il golfo effettuando navigazione costiera (2-3 miglia). Nel sottocosta, spesso il vento supera i 100 Km/h e crea una pressione sulla nave talmente forte da navigare sbandati: un lato della nave tutto immerso e l’altro emerso e in certi casi il timone non risponde agli effetti.

Ricordo una volta in particolare: avevamo scaricato a Oristano un prodotto raffinato chiamato “MEG” (methyl ethylene glycol). Era sera, partimmo alla volta di Fos, rotta diretta per il Golfo del Leone. La nave vuota di carico scivolava leggera sulla superficie, come una foglia spinta dal vento in una pozza d’acqua. Nella notte fummo cullati dal dolce dondolio del mare che era forza 3-4. La mattina seguente col sorgere del sole, a 58 miglia dalla destinazione (quasi 6 ore dall’arrivo), il mare divenne talmente rabbioso che nel giro di un’ora le onde arrivarono a circa 7 metri di altezza. Il cielo si tinse di grigio scuro, quasi nero, e le nuvole crearono moti vorticosi rigirandosi su se stesse come a formare un ciclone, ma senza toccare il mare. L’atmosfera divenne sempre più tetra e buia. Vedevo solamente lo scintillio delle strigliate del vento sul mare tra una maestosa onda e un’altra. Quando la massa scura si squarciò in cielo, iniziarono scariche di lampi seguite da tuoni che scossero tutti noi fin dentro le viscere. Le onde diventarono furenti, irascibili, spazzando e graffiando l’imbarcazione, ma scivolando via senza riuscire a strappare niente e nessuno; insistevano con rinnovata violenza e determinazione. Sembravamo in groppa a un cavallo impazzito, era impossibile resistere a quella furia. Avevo mani a pezzi, intrizzite e intorpidite nel tenere il timone per governare la nave, le braccia sembravano due ciocchi di legno. Non ce la facevo più! Conoscevo molto bene quel gioco e istintivamente mi uscirono grida di sfida seguite da risate forzate, di pura isteria. Gli occhi spalancati, sbarrati e stralunati.

O salso mare, perché sei furioso con me? Non riuscirai ad abbattermi! Sono disposto a legarmi le mani al timone con una cima, a lacerare la pelle e rompermi le ossa, ma non mollerò mai la presa! L’adrenalina saliva e le grida incitavano l’equipaggio a non mollare. “Passerà…Passerà tutto e ci berremo su, resistete!”

Continuai ad andare col mare al mascone (parte dello scafo compresa tra il traverso e la prua) per un’altra oretta. Notammo che la prua sembrava più bassa e il mare vi s’infrangeva; sbuffando la copriva come una valanga di neve che scende bianca a valle investendo tutto ciò che incontra. Improvvisamente, senza aver distolto la mente dalla preoccupazione che la prua fosse bassa, quasi al livello del mare, dal pannello allarmi, situato nel ponte di comando, suonò un avviso di sentina (la sentina è la parte più bassa del fondo in un’ imbarcazione), zona “castello di prua”. Le acque di Nettuno continuarono imperterrite ed esagerate a non darci tregua, nessuno sarebbe mai potuto uscire in coperta per dirigersi a prua, quindi accostai per rotta 140°, lasciandomi accompagnare dal moto ondoso. Il movimento della nave divenne più dolce, la prua sembrò ancora più immersa dato che i cavalloni venivano da poppa. Il Secondo Ufficiale, il Nostromo e un Marinaio, si diressero a prua per constatare effettivamente il problema. Aprendo il portello per entrare nel sottocoperta del castello, l’ufficiale mi comunicò che vedeva acqua all’altezza del quinto gradino, quindi tutto il compartimento era allagato. Dal ponte di comando guardai a prua tenendo il contatto visivo con il “secondo” che comunicava messaggi via radio interna. Gli chiesi se fosse possibile scendere per montare delle pompe portatili, ma non finì di comunicarmi la risposta che salì un’onda investendo in pieno i ragazzi come una cascata. Il nostromo e il secondo ufficiale riuscirono ad aggrapparsi al bordo del portello, e la massa di acqua, li fece sventolare come bandiere agitate dal vento. La loro incolumità dipendeva dalla forza delle loro mani. Il terzo uomo, non accorgendosi in tempo dell’imminente arrivo dello schiaffo di Poseidone, non riuscì ad aggrapparsi a nulla e ne venne colpito. Sembrava un rametto di legno gettato in un torrente che, trasportato dal flusso, urtava da tutte le parti. Si trovò vicino ad una ringhiera e vi si afferrò, l’acqua andò via e le urla allarmarono i due compagni. Nel vedere quella scena dal ponte di vedetta, non esitai a chiamare il Comandante informandolo dell’accaduto, il quale, salendo immediatamente sul ponte, mi permise di scendere, correndo in coperta. Nel frattempo il secondo ufficiale e il nostromo, avevano chiuso il portello a prua e stavano rientrando con l’infortunato, sostenendolo sotto braccio. Il marinaio, aveva una frattura scomposta alla tibia, riportava forte dolore alle costole e lacerazioni in varie parti del corpo; ordinai al secondo ufficiale di accompagnarlo in infermeria e di praticare le cure mediche necessarie. Andai in “centrale controllo carico”e dopo venti minuti a manovrare valvole e cercare di aspirare l’allagamento, non riuscii nell’intento; l’unica soluzione era bypassare la linea localmente, aprendo una valvola manuale che si trovava all’interno del locale allagato, ma più saliva il mare, più si allagava il compartimento. La nave faticava a ritornare nella condizione di stabilità, aveva poca riserva di spinta e la galleggiabilità era compromessa. Col direttore di macchina salimmo sul ponte dal comandante e in pochissimo tempo decidemmo sul da farsi. La conclusione fu quella di entrare e provare ad aprire la valvola in qualsiasi modo. L’eventuale “piano B” prevedeva di portare delle pompe “barellabili” (pompe munite di ruote) sul posto per aspirare l’acqua, impresa più complicata del previsto dato che il blu marino saliva irruente in coperta. Col direttore prendemmo la tuta termica, la chiave di leva per aprire la valvola e un cavetto guida di  acciaio.

Quando ci si trova in mezzo al mare, in balìa degli eventi e in estrema emergenza, non si riflette tanto alle conseguenze. Pensavo al compito che avevo accettato di svolgere, alla follia che a volte ci stringe in una morsa forzandoci ad andare in un’unica direzione; io, comandante in seconda di una nave chimichiera ero l’unico, insieme al direttore di macchina, a poter svolgere quell’incarico; non potevamo comandare e obbligare nessuno.

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Uscimmo fuori e ci incamminammo verso la zona prodiera, arrivati aprimmo il portello, entrammo e ci chiudemmo dentro. Indossai la tuta termica, mi legai alla cintura il cavetto guida d’acciaio, tenuto dal capo della macchina, e iniziai a scendere le scale. Mentre scesi le scale e iniziai ad entrare in acqua, sentii la pressione che il liquido esercitava sulla tuta stringendomi. Il livello fortunatamente arrivava all’altezza del petto quindi ero normalmente in piedi, ciò mi tranquillizzò sulla riuscita dell’operazione. Il fluido mi avvolgeva con una pressione talmente forte al petto, che la tuta termica mi schiacciava, togliendomi il fiato. L’adrenalina salì alle stelle, mi fischiavano le orecchie, iniziavo a sentire caldo nonostante l’acqua fosse gelida; improvvisamente col piede toccai la valvola e urlai dalla gioia. Girai intorno la valvola toccandola con i piedi e immaginandola con gli occhi chiusi cercando di aprirla, non riuscendoci decisi di immergermi. Presi la chiave con la mano destra; la mano sinistra stretta come una morsa al passamano della scala. Trattenni il fiato e mi abbassai sott’acqua tenendomi con forza alla sbarra; arrivai ad inserire la chiave nel volantino della valvola, rabbiosamente diedi un forte scatto in senso antiorario e la aprii; non feci in tempo a completare l’apertura che mi mancò il fiato e tirai la testa fuori dall’acqua, lasciando la chiave fissata al volantino. Ero talmente carico, alimentato dall’eccitazione, da non riuscire a distogliermi dall’obiettivo; dovevo farcela. Misi completamente la valvola in posizione di apertura e l’acqua iniziò ad uscire dal locale. Dopo circa 2 ore di aspirazione, la stanza fu completamente svuotata e la nave tornò in assetto di navigazione. Era pomeriggio, riparammo il danno e il comandante mise nuovamente la prua per Fos-Sur-Mer; lo stato di oppressione e tormento fisico iniziò a svanire. Durante la notte il mare allentò la morsa e il vento cominciò a diminuire. Il giorno seguente, dalle varie informazioni relative al viaggio e all’ETA (tempo stimato di arrivo), fornite alle autorità marittime locali, informammo che avevamo una persona infortunata a bordo e necessitava di assistenza medica una volta arrivati. A 2 miglia dall’imboccatura, salì il pilota del porto per accompagnarci in banchina. Entrati, vedemmo una sfilata di mezzi tra capitaneria, polizia di frontiera e ambulanze. Ormeggiati, salirono dottori e infermieri a bordo, portandosi subito il marinaio infortunato, il quale dovette sbarcare causa infortunio sul lavoro. Espletammo le varie pratiche amministrative, tra agenzia, dogana e capitaneria e iniziammo le operazioni commerciali.

In serata, decisi con un collega di andare a Marsiglia, a trenta minuti di taxi da Fos. Avevo una voglia sfrenata di bere buone bollicine e mangiare frutti di mare fino a star male! A Marsiglia mi sentivo di casa perché ero già stato altre volte; conoscevo locali, ristoranti e negozi. Passeggiando per il molo, al tramonto, da lontano vidi il peschereccio di un mio amico, Pierre, 26 anni, Comandante di un’imbarcazione di 25 metri e di un grande equipaggio. Nonostante Capitano e pescatore, il mio amico è un ragazzo che gode al massimo della vita; con lui c’è grande sintonia! Salimmo a bordo e dalla felicità di esserci rincontrati, Pierre, senza perdere tempo e, dopo aver richiamato i suoi marinai per farli continuare a lavorare, aprì una bottiglia di “Nicolas Feuillatte”.

Raccontandoci le rispettive storie e avventure, sorseggiando champagne e degustando frutti di mare, dalle coque alle capesante, dalle ostriche ai buccini, mi fa notare un frutto di mare da lui importato direttamente dalla Normandia: la mandorla di mare. Gli dissi che era poco conosciuta nel mercato italiano e che non l’avevo mai mangiata. Ne presi una e subito mi parve una vongola, più grande, col carapace leggermente rigato. Dissi a Pierre che, data la somiglianza con la sorella vongola, sicuramente qualche pescheria, dalle mie parti, l’avrebbe venduta spacciandola per quel che non era. Pierre confermò, ne aprì una e l’assaggiai: la consistenza era leggermente più “callosa” della vongola ma dal sapore di mare, unico. Il mio amico disse che le vendeva a 2.50 € al Kilo, e aggiunse che da quel momento in poi avrei dovuto fare attenzione a ciò che compravo in Italia. Si era fatto tardi e il Capitano doveva salpare; era imminente la sua partenza per i banchi dove avrebbe trascorso 5-6 giorni in pesca. Ci abbracciammo forte e mi promise che sarebbe venuto a trovarmi in Italia (cosa che fece); mi regalò 4 Kg di mandorle e mi disse di pensarlo quando le avrei mangiate. Prima di tornare a bordo, comprai 3 cassette da 6 bottiglie di vino bianco, per portarle in nave e berle con i compagni di lavoro. Salii in nave, erano circa le 22. Svegliai tutto l’equipaggio suonando l’allarme (test per vedere la reazione e i tempi di risposta). In 11 minuti tutto il personale era presente nel punto di riunione, prova del fatto che esercitazioni e addestramenti funzionassero. Iniziai ad aprire e offrire del vino ai colleghi e, da buon Italiano “ad hoc”, preparai degli spaghetti con aglio olio, peperoncino e mandorle di mare!

Bevemmo, mangiammo e ridemmo fino a tarda notte.

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