Storie di mare : in balia degli eventi.

Autunno: avevamo completato, in tarda mattinata, la discarica di soda caustica a San Nicolas (Grecia) presso una grandissima fabbrica di lavorazione dell’alluminio. Nel pomeriggio sarebbe arrivato il Pilota del porto e quindi saremmo partiti per un’altra destinazione. Avendo l’ora di pranzo libera dal lavoro, decidemmo con alcuni colleghi di andare a terra a pranzare in uno dei tanti ristorantini di questa bella località. Abbuffati di pesce fresco, tra saraghi e frutti di mare, mandammo giù l’ultimo sorso di “ouzo” (un distillato secco con una base costituita da mosto d’uva, sia fresca che passita, e anice) offerto da Alfonso, il proprietario, che diventò subito un nostro “grande amico” e ritornammo a bordo, la nostra casa: bandiera italiana. Nel pomeriggio, come concordato, imbarca il pilota e partiamo, a nave scarica, alla volta di Herakleio, isola di Creta.

il mare d’autunno nell’Egeo è come un amico dalle mille facce, mai monotono, mai ripetitivo, mai uguale.

Partiti, ci dirigemmo verso il canale artificiale di Corinto, che collega il golfo di quest’ultimo con il mar Egeo. Ero quasi contento, c’erano buone prospettive per un altro trasporto interessante, quindi soldi. Il bollettino annunciava cattivo tempo, ma le condimento attuali erano buone, il vento favorevole e inaspettatamente tutto filò liscio per gran parte del viaggio, fino all’isola di Andros. In simili circostanze, i marinai greci ringraziano Eolo, gli irlandesi Manannan mac Lir, gli altri, si rivolgono a una sfilata di santi, divinità, madri o madonne che si occupano dei venti e del mare nei loro rispettivi paesi di origine. Altre volte, invece, se ne stanno zitti perché spesso queste fortune non durano. Io sono uno di questi: quando le cose vanno bene troppo a lungo comincio a preoccuparmi. Non é pessimismo ma semplice esperienza.

In vista di Amorgos (centro Egeo), il cielo cominciò a riempirsi di “cirri” che sembravano pennellate bianche distratte. Erano molto belli nel cielo, ma in breve il mare cambiò colore e la situazione in pochissimo tempo mutò radicalmente. Ordinai all’equipaggio di “rizzare” tutto ciò che non fosse fissato in giro per la nave: il mozzo controllò tra le salette della mensa, la cucina e la cambusa; i marinai, fuori in coperta, chiusero portelli e boccaportelli, rizzando tutto ciò che sarebbe potuto cadere o andare fuoribordo in mare. Chiesi esplicitamente al Nostromo di fare un doppio giro di controllo per la nave e per gli alloggi affinché tutto fosse legato e fissato. Nel frattempo, cominciò ad alzarsi un “Meltemi” duro e rabbioso che all’inizio si mantenne favorevole, almeno per quanto riguardava la direzione, tanto che riuscivamo a tenere una discreta andatura, un pò tesa ma buona, e nella giusta direzione.

il Meltemi: vento secco e fresco che soffia nell’area del mar Egeo, ha origine grazie all’incontro tra l’alta pressione del Mediterraneo occidentale e quella bassa tipica del Mediterraneo orientale. Soffia infatti da giugno a settembre, e tipicamente, può arrivare a burrasca forza 8 e tempesta forza 9/10.

Arrivati l’isola di Amorgos, cambio rotta e seguo prora 143°, e procedemmo per circa due ore accompagnati e sospinti dal vento quando improvvisamente il vento iniziò a girare  cambiando direzione e soffiando esattamente al contrario della nostra rotta. A “muso duro” provammo a tenere il mare, ma era diventato troppo stretto e faticoso: ballavamo tanto e le onde sbattevano come fossero di marmo. Era un’andatura insopportabile e decidemmo di adeguare la rotta al maltempo, dirigendo più a est con macchina al minimo,  per cercare ridosso e fermarci da qualche parte. Ormai era notte e nonostante il vento tirasse ancora con forza, si era fatto più teso e sostenuto. Aveva proprio deciso di non darci tregua. All’alba, col sorgere del sole, il mare si era alzato in maniera impressionante e raffiche secche e sempre più lunghe cominciarono ad incalzare con maggiore violenza. Creta era lontana, Karpathos si intravedeva a Est, eravamo in mezzo al nulla in balia del mare aperto, da forza 8 (68 km/h circa) si passò in meno di mezz’ora a un violento forza 10 (95 km/h circa), eravamo “alla cappa” con prua al mare e velocità 1/2 nodi, andavamo un miglio avanti e tre miglia indietro, la nave risultava stabile alla tempesta anche se vuota di carico quindi molto leggera. Era come se qualcuno là sotto, per divertirsi, stesse rimescolando anche l’Egeo, il vento non bastava, si era messo pure il mare, (é quello che succede quando i venti litigano e il mare si ribella).

Nell’acqua bianca le onde erano scomposte e irregolari, l’aria era diventata gelida. Due correnti diverse si stavano scontrando, l’aria vibrava e sapevo che in quelle condizioni c’era il rischio che si formasse una tromba d’aria. Schiaffi d’acqua ghiacciata spazzavano la nave in tutta la sua lunghezza, le onde arrivavano a quattro, cinque metri di altezza, e i colpi si accompagnavano a lunghissimi fischi di raffiche a 50 nodi che ghiacciavano il sangue e non solo la pelle. Non c’era modo di sfuggire o ripararsi.

Bisognava soltanto resistere senza cercare di opporsi al mare..

Pensavo ai saraghi arrosto, agli spaghetti coi ricci, al delizioso vino Katogi Averoff bianco, bevuto e suggerito dal mio amico Alfonso, pensavo ai discorsi fatti sulle differenza tra la nostra e la loro cultura sorseggiando Ouzo. Alle volte, per pochi attimi, cerco di lasciarmi trasportare dal pensiero e distogliere la mente dalla realtà, in modo da ritornare più lucido, concentrato e metodico. Una sorta di meditazione trascendentale con il trucco di ricordare  e riportare in memoria ogni minimo dettaglio. Mentre ero assorto nei pensieri, gli occhi vedono, riportandomi alla realtà, dense nuvole nere che si accalcano con velocità davanti la prua, in contrasto con la spuma bianca del mare. Il cielo divenne nero, scuro, rabbioso e una sottile striscia di luce emerse all’orizzonte, nessuno ci fece caso ma quello sarebbe stato il tormento finale prima della quiete.

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